Battiato:
La poesong mi incuriosisce. È come se la parola tornasse a vibrare, non più prigioniera del foglio. Un piccolo rito sonoro, una meditazione breve.
Sgalambro:
Rito, dici? Io vedo piuttosto un tentativo di sopravvivenza del verso nell'epoca dell'orecchio distratto. La poesia, per farsi ascoltare, accetta di travestirsi.
Battiato:
Non parlerei di travestimento. Piuttosto di trasmigrazione. Le forme cambiano, l'essenza resta. La musica può essere un veicolo di elevazione, anche quando è minima.
Sgalambro:
Sì, ma il rischio è la seduzione. Il suono ammalia e il pensiero si assopisce. La filosofia, come la poesia, dovrebbe ferire, non accarezzare.
Battiato:
Dipende dall'intenzione. Un suono può anche svegliare. Una frequenza giusta può aprire spazi interiori che la sola parola non raggiunge.
Sgalambro:
Ammettiamo allora che la poesong sia un ibrido necessario: un compromesso tra l'ascolto facile e la riflessione difficile.
Battiato:
O un ponte. Non un compromesso, ma un passaggio. Per chi non leggerebbe mai un verso, ma potrebbe ascoltarlo.
Sgalambro:
Purché, attraversato il ponte, qualcuno abbia ancora voglia di restare nella parola. Altrimenti sarà solo un elegante sottofondo.
Battiato:
Eppure anche un sottofondo, se scelto con coscienza, può diventare una soglia. E le soglie, a volte, sono più importanti delle stanze.