Intervistatore:
Partiamo subito dal punto che mi lascia perplesso. Questa "poesong" — poesia più canzone — sembra un ibrido un po' artificiale. La poesia ha un suo spazio, la musica un altro. Mischiarle rischia di indebolire entrambe. Non trova?
Pino Sassano:
L'obiezione è legittima. Ma la poesong non è fusione forzata di due arti, bensì presa d'atto del loro intrecciarsi. La lirica greca era cantata, i trovatori recitavano su musica, perfino la canzone d'autore italiana ha spesso sconfinato nella poesia. Con le poesong si dichiara apertamente un territorio che esiste già.
Intervistatore:
Sì, però la canzone ha bisogno di ritmo, di immediatezza, di un gancio melodico. La poesia, invece, vive anche di silenzi, di complessità, di ambiguità. Metterle insieme mi sembra una soluzione che rischia di non soddisfare né l'ascoltatore né il lettore.
Sassano:
Dipende dall'intenzione. La poesong non chiede di essere radiofonica né di essere letta su una rivista letteraria. È un terzo spazio. Non è una canzone che vuole piacere a tutti, né una poesia che pretende di essere studiata. È un'esperienza d'ascolto in cui il testo non è subordinato alla musica, ma esplicita i ritmi e le sonorità già intrinseche per l'autore nelle parole e nei versi.
Intervistatore:
Però c'è anche un rischio di autoreferenzialità. Quando un autore inventa un'etichetta per il proprio lavoro, spesso lo fa per legittimarsi, non per innovare. Non teme che "poesong" sembri più un marchio che una forma artistica?
Sassano:
È un rischio reale. Ma ogni parola che nomina un genere è, all'inizio, un'etichetta sospetta. Non si tratta di rivendicare primogeniture, bensì una necessità di definizione. Serve per orientare chi ascolta, non per blindare un territorio. Se un giorno la definizione sparirà e resterà solo l'esperienza, si sarà comunque raggiunto lo scopo.
Intervistatore:
C'è anche un tema di accessibilità. La poesia musicale, quando diventa troppo letteraria, allontana il pubblico. Non pensa che la poesong possa diventare un linguaggio elitario, per pochi?
Sassano:
Al contrario. L'élite nasce quando si pretende una chiave di lettura unica. La poesong propone pluralità di accessi. Si può entrare dalla musica, dal testo, dall'atmosfera, perfino dal silenzio tra le parole. Non chiede competenze, chiede disponibilità. La poesong non è difficile: è stratificata. E la stratificazione non esclude, invita.
Intervistatore:
Resta il dubbio che la musica, specie se generata con strumenti digitali o intelligenza artificiale, finisca per appiattire l'emozione. Non c'è il pericolo di una standardizzazione sonora?
Sassano:
La standardizzazione è un pericolo di ogni epoca, non solo dell'AI. Anche le orchestre potevano suonare in modo standard. L'intelligenza artificiale è uno strumento: può produrre banalità o visioni nuove, dipende dall'uso. Nella poesong, l'AI non sostituisce l'autore, amplifica le possibilità timbriche e consente di sperimentare. L'emozione non nasce dal mezzo, nasce dall'intenzione.
Intervistatore:
Una provocazione: non è che la poesong sia semplicemente una canzone un po' più verbosa?
Sassano:
Rispondo con un'altra provocazione: non è che molta canzone sia poesia semplificata? Le etichette funzionano finché aiutano a capire, poi diventano gabbie. La poesong prova a togliere la gabbia. Non è "più parole", è "parole diversamente abitate dalla musica".
Intervistatore:
Quindi la poesong come si prospetta come quale forma espressiva?
Sassano:
Direi come diramazione. Un sentiero laterale. Diversa poesia. Un luogo dove il testo ha densità in sé evocate (anche) musicalmente.
Intervistatore:
Resto scettico, lo ammetto. Temo sempre quando un linguaggio nasce già con una definizione precisa.
Sassano:
Ogni definizione è provvisoria. Se la poesong ha un senso è perché qualcuno l'ha sentita necessaria, non perché qualcuno l'ha nominata. In fondo, quel che chiede è di essere ascoltata.
Intervistatore:
Su questo non posso che essere d'accordo: alla fine decide sempre l'ascolto.
Sassano:
Esatto. La poesong non chiede approvazione preventiva. Chiede solo qualche minuto di attenzione. Poi può anche essere rifiutata. Ma almeno avrà suonato.